Sherlockiana | 160

All'ombra di Sherlock Holmes - 10. L'oscura valle

di Giacomo Mezzabarba

Una drammatica vicenda dall’epilogo inaspettato.

A cura di Luigi Pachì

Racconto lungo | pagg. 55 | 30/03/2017 | Giallo

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All'ombra di Sherlock Holmes - 10. L'oscura valle (copertina)

Il libro

“That dark valley in which all paths meet” è una frase de L’interprete greco, posta qui in epigrafe e ripresa nel finale. Un conte russo crede di vedere per le strade di Londra la moglie, scomparsa da quindici anni, e incarica Holmes di ritrovarla. Le indagini di Holmes ricostruiranno una drammatica vicenda dall’epilogo inaspettato.

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L’autore

Giacomo Mezzabarba: di un tale che va sotto questo nome (che potrebbe anche essere uno pseudonimo), autore di vari scritti, si sa poco o niente.  Le notizie su di lui sono confuse e contraddittorie, a cominciare dal suo luogo di nascita e addirittura riguardo l’epoca della sua venuta al mondo. C’è chi crede che sotto tal nome si celi un prete lombardo, notorio falsario, che assieme a fra Giovanni Pantaleo di Castelvetrano fu al seguito di Garibaldi nell’impresa dei Mille, pur senza essere mai ascritto nei ruoli di quella gloriosa milizia e che a partire dalla fine dell’Ottocento scrisse falsi racconti di Sherlock Holmes, come molti facevano in tutta Europa. Altri invece  menzionano un omonimo avvistato negli anni Settanta del secolo scorso in una scuola della Valtellina, e altri ancora credono di riconoscere in lui un insegnante in uno sperduto paesino del Cilento, all’incirca negli stessi anni.

Anche se de minimis non curat praetor, come saggiamente sentenziavano i nostri padri, citiamo a solo titolo di curiosità la seguente notizia, risalente a un erudito sannita, noto per essere un grande cultore di Bacco. Costui afferma che nella capitale dell’ex Regno delle Due Sicilie esisterebbero tracce di un tale (di cui però si guarda bene dal fornire il nome) che potrebbe essere identificato col Mezzabarba di cui sopra, in servizio presso un Ateneo vesuviano. Secondo un gazzettiere cui fu rivelata la cosa nel corso di un simposio, e sempre che sia lui il soggetto di cui si ragiona, questo impostore si spaccerebbe per un discendente diretto di Sir Arthur Conan Doyle in linea materna, cianciando di aver ereditato una cassa contenente i manoscritti inediti del suo celebre avo; ma con tutta evidenza trattasi di goffi e puerili tentativi di camuffare la sua vera natura di volgare plagiario. Se questo soggetto sia poi proprio lui l’autore di dieci falsi racconti che vorrebbe proditoriamente e surrettiziamente attribuire all’illustre penna del dottor Watson, l’amico dell’impareggiabile signor Holmes, è cosa degna di nessun interesse. Bene disse Don Abbondio: Carneade. Chi era costui?

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