Immortali | 6

La sorte

di Federico De Roberto

Non c’è spazio per una Sicilia da cartolina, tutta monumenti e natura incontaminata, in questi otto racconti crudi, graffianti e di sorprendente modernità in cui De Roberto mette tutto il suo impegno per rappresentare la società come un coacervo di rivalità, invidie, sopraffazioni e cattivi sentimenti.

Racconti | pagg. 155 | 29/06/2021 | Letteratura

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La sorte (copertina)

Il libro

Se esistesse uno strumento simile al metaldetector, ma capace di rilevare la bontà d’animo e l’ottimismo resterebbe di certo muto scandagliando questi otto spietati racconti, dove nemmeno un personaggio può dirsi davvero puro fino al midollo. De Roberto rovescia in questa raccolta tutto il suo pessimismo e la sua scarsa fiducia verso il prossimo. Come impongono le regole veriste, nessun commento accompagna la narrazione, ma per il lettore non è arduo desumere dalle trame e dai folgoranti dialoghi una prospettiva smaccatamente sfiduciata e a tratti quasi funerea, anche nell’ironia di sottofondo. Nelle pagine si dipana una specie di campionario delle nevrosi che colpiscono indiscriminatamente giovani e vecchi, ricchi e poveri, maschi e femmine, perché il male sa pervadere ogni cosa e insinuarsi anche negli anfratti più occultati. Lo stile è vigoroso, salace, privo di orpelli e alcune descrizioni fanno chiudere istintivamente il libro, in modo da avere le mani libere per applaudire l’autore. Qualcuno suggerirebbe come luogo ideale per leggere questi racconti un vagone poco affollato di un treno o una comoda poltrona affacciata su di un bel panorama, io penso invece che siano adatti anche alla spiaggia… chi ha stabilito che sotto l’ombrellone si debbano leggere sono sciocchezzuole e rotocalchi scandalistici?

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L’autore

Federico De Roberto (Napoli, 1861 – Catania, 1927), nato nella città partenopea da genitori siciliani, dopo la morte del padre tornò a Catania con il fratello e la madre, alla quale fu legato da un rapporto morboso che lo condizionò per l’intera esistenza. Lasciati gli studi scientifici ai quali era stato avviato dalla famiglia, si appassionò alla letteratura, cominciando a collaborare con riviste ed editori catanesi. La vera svolta avvenne però quando si traferì a Milano verso la fine degli anni Ottanta: nella città meneghina strinse forti legami con i suoi conterranei Verga e Capuana (“convertendosi” così al verismo) e con autori scapigliati e collaborò con prestigiose testate come il Corriere della Sera. Cedendo alle pressioni della madre, rientrò a Catania, dove rimase per tutto il resto della vita, se si esclude qualche viaggio e un soggiorno di circa un anno a Roma. Scrisse articoli letterari, poesie, opere teatrali, raccolte di racconti (La sorte, 1887 e 1891; Documenti umani, 1888; Processi verbali, 1890) e romanzi (L’illusione, 1891; Ermanno Reali, 1889; L’Imperio, 1929), tra i quali spicca I Viceré (1894), il suo indiscusso capolavoro, bistrattato dalla critica alla sua uscita e rivalutato decenni dopo.

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