Immortali | 40

La novella del buon vecchio e della bella fanciulla

di Italo Svevo

Non fatevi ingannare dal titolo: il vecchio non è buono affatto, mentre la fanciulla è bella (eccome!), ma solo esteriormente. Entrambi vogliono qualcosa dall’altro. La otterranno? Forse…

Racconti | pagg. 61 | 03/02/2026 | Letteratura

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La novella del buon vecchio e della bella fanciulla (copertina)

Il libro

Svevo in questo romanzo breve, scritto nel suo periodo maturo (post-zeniano, potremmo aggiungere), scandaglia i riverberi più oscuri della passione senile di un sessantenne per una ventenne. L’autoinganno è il vero protagonista della vicenda, interamente costruita sul dialogo tra la realtà e la sua sublimazione. Il tema del “vecchio beffato”, antico quanto la letteratura, viene rivisitato senza frizzi, motteggi e allusioni smaccatamente erotiche. Tutto viene giocato nella mente dell’anziano (mai identificato con un nome o un cognome), che si troverà, dopo lunghi anni di letargo emotivo, a fare i conti con desideri quasi inconfessabili, soprattutto a sé stesso. Sull’altro versante l’ennesima profittatrice (anch’essa priva di carta d’identità), vittima, nonostante tutto, di un innato (nonché pericolosissimo) infantilismo. Prigioniera, in un certo senso, dei propri asfittici orizzonti d’attesa.

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L’autore

Italo Svevo, pseudonimo di Aron Hector Schmitz (Trieste, 1861 – Motta di Livenza, 1928), nato in una benestante e numerosa famiglia triestina di origini ebraiche, non fu mai uno scrittore a tempo pieno, anzi visse sempre con un certo conflitto interiore la propria vocazione letteraria, non riuscendo a scrollarsi di dosso il pregiudizio che l’uomo d’affari ha nei confronti dell’attività artistica. Nonostante questo intimo dissidio, scrisse opere fondamentali nel panorama della letteratura italiana (e non solo) della belle époque e, soprattutto, del primo dopoguerra, rappresentando magistralmente la figura dell’“inetto” nello scenario della società di massa. Dei suoi tre romanzi – Una vita (1892), Senilità (1898) e La coscienza di Zeno (1923) – l’ultimo è quello più noto, anche grazie alle raffinate e non scontate strizzate d’occhio verso le teorie freudiane dilaganti in quegli anni. Oltre a queste opere, scrisse numerosi articoli letterari, racconti e opere teatrali.

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